Ho sempre scattato molto poco nella mia città, Napoli, e fino a che ho finito l’università e ho iniziato a lavorare la frequentavo quotidianamente. Ma ho sempre avuto una sorta di blocco, lo so è una storia un pò da stupidi: essere molto interessati alla fotografia e non andarsene in giro per la città e macchina pronta. È normale per ogni persona a cui la fotografia interessa usare la propria città e i posti che frequenta come primo terreno di gioco, se non fosse solo perché quanto più a portata di mano, ecco il punto, io non l’ho fatto per niente.

Non riesco a spiegarmi precisamente perché sia successo, ha avuto però un certo peso la mia poca faccia tosta per stare lì a fare click in faccia al primo che capita, cosa che però in viaggio ho sempre fatto tranquillamente, da subito, senza difficoltà, ma a casa mia no.

E da un pò che ci penso a questa cosa, ma la voglio affrontare con le idee abbastanza chiare, tanto non ho fretta,  voglio ragionarci con una certa progettualità, anche se questa è una parola che non mi piace molto, e ancora di più da quando è inflazionata-accostata al termine fotografia, tutti fanno fotoprogetti di questo e di quell’altro, poi magari alla fine è quasi tutta fuffa. Io voglio solo dire che voglio ragionare su determinate fotografie da fare, su come affrontare certe situazioni, su come doverle scattare, sviluppare e organizzare. E non le voglio solo fotoprogettare queste fotografie, le voglio proprio scattare e poi stampare.

Ho deciso di ricominciare dal lunedì in Albis, dalla processione dei fujenti alla Madonna dell’Arco, una delle più suggestive e discusse cerimonie religiose del sud Italia, un rito che si perpetua abbastanza uguale a se stesso da cinque secoli, altrettanti ne ha generati di dibattiti, soprattutto rispetto all’opportunità di manifestare la fede in una certa maniera. Diversi i fotografi che l’hanno raccontata  (una cinquantina solo quelli che erano lì ieri!) ci provo anch’io, ci sono andato con con un idea, adesso ho un pò di fotografie su cui ragionare.

Ecco, tutta questa storia per dire che non ci sono andato così, tanto per tirare quattro scatti, ma perché volevo mettermi alla prova.

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Mentirei spudoratamente se dicessi che non sono affezionato alle mie macchine fotografiche. Ma non lo dico nel senso di essere tifoso di Canon piuttosto che di Nikon o cose del genere legate ai marchi, è una cosa un po’ diversa: come se ognuna delle macchine che ho rappresentasse un modo per vedere la fotografia, come se ogni macchina si portasse dietro un suo tempo o uno stile, come se costituisse una certa memoria delle cose e me la restituisse in qualche modo.

E’ un discorso un po’ bizzarro, che probabilmente non ha testa né coda, soprattutto considerando che queste qui non sono macchine con cui io ho fatto un percorso o cos’altro, per molto tempo ho scattato solamente con la Yashica Fx3 e 28-50-135, ed è solo con queste cose qui che sono passato da niente a qualcosa.

La mia storia con queste macchine la costruisco postuma, si è una storia un po’ pilotata, fatta con il senno di poi, come se volesse significare ripercorrere un tempo a ritroso. È solo la passione che mi spinge a usarle e a cercarle, proprio come si fa con i giocattoli desiderati a lungo, sarà che le vedevo sulle pagine di Fotografare sognando di poterci scattare, sarà che qualcuna l’ho vista nelle mani del fotografo di una cerimonia in famiglia che ero piccolo e mi è rimasta così impressa che non l’ho più dimenticata, è questo ad esempio il caso dell’ultima arrivata, la Mamiya C330 F.

Ci ho scattato il primo rullo agli inizi di gennaio, a Firenze. Ho fissato la macchina sul cavalletto che non erano nemmeno le sette del mattino e sono andato a fare due passi per il centro storico deserto. Nelle fotografie che scatto di solito cerco sempre prima le persone, per me fare fotografie è anche osservazione privilegiata, ma significa principalmente comunicare e rapportarmi. Nel primo rullo scattato con la Mamiya però non ci sono persone, non sarei stato in grado di fotografarle, dovevo conoscere le macchina, volevo capire come gestirla, l’inquadratura in particolare, visto che con il sei per sei non ho dimestichezza. Ci vuole precisione con questi attrezzi qui, ci vuole attenzione, ci vogliono idee ancora più chiare, l’improvvisazione che già normalmente non porta a uno scatto buono qui non va proprio presa in considerazione. Passare da una macchina che alla bisogna è autotutto ad una obbligatoriamente autoniente e pure poco manegevole ti obbliga a un periodo di prova. Anche tecnica a parte è proprio un discorso di fisicità e di confidenza con l’oggetto che ancora non ho.

Mi piace questa macchina, è solida e abbastanza pesante, bello il click allo scatto e sopratutto il suono dell’avanzamento a leva della pellicola, poi inquadrare dal pozzetto tenendo la macchina bassa, con lo sguardo che si alterna facilmente fra la scena e il vetro smerigliato, tutto questo porta a un concetto di fotografia molto diverso da quello moderno, ha altri tempi, altri ritmi, ha un altro pensiero proprio! Vorrei farci dei ritratti, non troppo stretti intorno al viso del soggetto, magari un po’ decentrati lateralmente, appena possibile voglio farli.

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Può succedere di conoscere una persona, guardarla e pensare di voler scattare a questa persona un ritratto pre-visualizzando nella testa un’idea molto precisa di come renderla in fotografia.

Una mattina che avevo con me la reflex ci sono riuscito, è esattamente quello che avevo in mente, due scatti, nessun altro, jpg con il preset bianconero settato in macchina, nient’altro. Sono molto contento, mi capita raramente, grazie Andrea!

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Prendo spunto da qui e dal tema di una puntata di Picture of You (poliradio) per ri-vedere delle fotografie molto vecchie, fra quelle che erano nella casa dei miei nonni. Tra le tante quelle che mi affascinando di più sono quelle che ritraggono un funerale, scattate non so da chi e su richiesta di chi altro e perché.

Mia madre, mi dice che ritraggono il funerale di un suo zio che lasciava la vita che era ancora molto giovane. Dei soggetti che appaiono, io non riconosco nessuno a parte mio nonno materno, di cui molto facilmente individuo il volto, riconosco chiaramente alcuni posti del quartiere, la strada e gli edifici vicino a dove i nonni vivevano. Queste foto, legate ad un accaduto così particolare e raramente raccontato in fotografia mi incuriosiscono parecchio. Sono state scattate alla fine del 1956, ma io non conosco quasi niente di quei fatti.


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Le foto degli album di famiglia per lo più evocano: un fatto, un ricordo, delle persone. Queste foto qui sono in bilico per me, non sono precisamente un ricordo, o almeno non un mio di ricordo, ma non sono neppure del tutto un documento, e non sono neanche totalmente orfane, o almeno non nel senso secondo cui Daniele Ferrini parla delle foto ritrovate nel suo blog che citavo all’inizio. La visione delle fotografie di famiglia si accompagna sempre con una storia, la storia di chi ci sta dentro quella foto, e non è mai limitata solo a quel momento, si porta dietro il passato e anche il dopo-foto, nel senso che stimola poi i ricordi e gli eventi che sono accaduti anche molto tempo dopo l’avvenimento dello scatto in se. Nelle famiglie le fotografie diventano così sempre l’occasione per raccontare dei fatti enormemente più lungi del tempo racchiuso in quella fotografia, infatti mia madre guardandole mi ha raccontato una serie di cose relative allo zio defunto, ma resta da chiarire il perché di quelle foto. Mi viene da pensare che la fotografia, che sin dagli inizi è stata da sempre usata per documentare dei fatti, delle ricorrenze, specie in famiglia, per renderli anche ad anni di distanza dall’evento, anche in questo caso fu chiamata a testimonianza, della morte, di quello che assieme alla nascita è il più normale e allo stesso tempo eccezionale degli eventi legati all’esistenza di una persona.

Oggi nonostante si fotografi veramente di tutto, oltre ogni utilità, non ho mai visto nessuno ancora fare foto a un funerale di persone normali, quindi non di celebrità o di morti legate ad un evento tragico, è un evento tra i pochi in cui le persone tengono i fototelefoni ancora in tasca, non ve ne è traccia né su facebook e né su instagram. Ma probabilmente per un certo periodo c’è stata quest’usanza, cercando in rete viene fuori che qualcuno fra le foto di famiglia (più o meno risalenti dagli anni ’30 ai ’60) abbia ritrovato foto di questi eventi, mi piacerebbe saperne di più. Io ci ho pensato una volta a fotografare un funerale di famiglia, quello di mia nonna, ma non ne ho trovato il coraggio, di farmi vedere a fotografare, perché non mi è venuta in mente nessuna giustificazione ragionevole da poter portare a sostegno della cosa.

La morte di una persona, il termine dell’esistenza di un essere umano nella forma che conosciamo, la persona che da quel momento cessa di essere tale e muta istantaneamente in ricordo e memoria. Forse è questo il bandolo della matassa, il non voler avere una fotografia che sia artefice anche di una memoria del dolore, ma allora chi ha chiesto di scattare queste fotografie qui e perché lo ha fatto?

Si può fare una fotografia includendo nella scena i medesimi elementi anche posizionandosi a distanze fisiche dal soggetto molto diverse, basterà allontanarsi un po’ se uso un teleobiettivo o avvicinarsi se con un grandangolare. Essere più nella scena cambia radicalmente il mio approccio: come se sentissi una necessità io, quella di rapportarmi abbastanza da vicino con quello che fotografo, ad un limite fisico che conosco e che cerco. Come in un incontro, in una conversazione con qualcuno: né troppo vicino e né troppo lontano, ma alla distanza giusta che ti permetta di recepire e percepire quello che vuoi registrare

La lunghezza focale che scelgo di si riflette enormemente proprio su quanto ci sia poi di mio in quella di fotografia, su quanto conta il rapporto fra me e il soggetto, su quanto io come persona riesca ad assimilare e a farmi assimilare da quella precisa situazione. La stessa fotografia può assumere una forma completamente diversa: se sono abbastanza vicino entra nell’immagine una affinità con il soggetto (ne avevo parlato un po’ qui), insomma come se esistesse uno spazio fisico di cui una fotografia risente , una zona di influenza decisamente marcata, da cui deriva la possibilità di creare realmente un’empatia fotografica.

Per parecchio tempo ero convinto che per scattare certe foto fosse necessario utilizzare una focale lunga, non perché non potessi avvicinarmi per un motivo preciso, ma solo perché reputavo migliore la scelta di stare più da lontano, di osservare in maniera più esterna la situazione. Queste fotografie rispetto ad altre simili ma scattate con focali più corte che mi obbligano a stare più vicino alla scena, guardate un po’ di tempo dopo avevano un quid in meno, apparivano come distratte. Come se stando da lontano non si verificasse (per me) quell’empatia necessaria, come se non riuscissi io a percepire bene quel momento in cui valeva la pena di schiacciare il pulsante e scattare.

Mi piace pensare a certe fotografie come fossero delle conversazioni, fra chi fotografa e chi è fotografato, come se stessi lì a parlare e a raccogliere parole e frasi, utilizzando le possibilità interpretative ed anche evocative che il mezzo fotografico permette. Fermo restando che una fotografia rimane interpretazione di un preciso momento e che quando evoca troppo è probabile solo che trasmetta dei ricordi e delle situazioni che la fotografia in se non contiene ma che aiuta però a riportare momentaneamente alla mente in un continuo presente-passato.

Avere fra le mani, leggere, poter studiare qualche cosa che mi permetta di migliorare le mie capacità nel campo della fotografia, questo è ciò che vorrei fare in questo periodo. Perché conoscere significa sempre poter fare meglio qualcosa, compreso poter pensare e dibattere a un livello più alto di fotografia e fotografi.

Una fotografia scattata è il risultato di una serie di scelte, e solo una piccola parte di queste sono frutto della tecnica, tutte le altre, quelle legate al risultato emotivo ad esempio, sono figlie di ragionamenti più complessi che contemplano la cultura, le conoscenze, insomma riflettono per forza cosa ha nella testa e nel cuore chi ha l’occhio attaccato al mirino in quel momento e scatta proprio quella fotografia.

Io inizio da qui.

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E proseguirò qui.

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Poi a dire il vero oggi mia moglie mi ha regalato questo altro qui, che già esisteva nella mia testa prima dei due sopra, ma per un pò aspetta, anche se qualche pagina l’ho già sfogliata e qualche foto di Scianna l’ho già vista!

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Prepari tutto, la macchina, le ottiche, il flash, le schede, riponi tutto in borsa. Arrivi in chiesa perché si sposa un tuo amico, saluti il fotografo ufficiale della giornata che è anche conosci, apri la borsa perché vuoi fare qualche scatto allo sposo in trepidante attesa,  levetta di accensione su on e niente, grandioso, ho dimenticato a casa le tre batterie, e sempre a casa c’è anche quel fantastico adattatore che permette di inserire le stilo del battery grip della 40D. Ok non dispero , ho portato con me la ME Super, ma oggi sono costretto all’analogico! Vediamo che succede.

Mi rendo conto che una cosa è portarsi dietro la Pentax e fare una-due-tre fotografie,  un’altra è invece sapere di avere solo quella a disposizione, mi sono abituato facilmente a tutto, all’esposimetro che lavora in un certo modo, all’autofocus velocissimo, e soprattutto a poter cambiare la sensibilità iso ogni volta che ne ho bisogno, il che significa poter scattare praticamente con qualsiasi condizione di luce avendo un ottica  corta abbastanza luminosa.

Quello cui non mi sono mai abituato e al mirino troppo piccolo della mia aps-c, metti l’occhio nella reflex a rullino e di colpo vedi Tutto! Fino a pre-visualizzare completamente l’immagine che ci sarà dopo lo scatto; per qualche secondo, non hai altri mezzi a parte la tua mente. Che bella sensazione! Ok, impostiamo la priorità dei diaframmi e via, un’occhiatina al tempo di scatto,  cerchiamo di non scendere sotto il sessantesimo di secondo, in chiesa con il 50 1.7 e 400 iso, dovrebbe essere possibile, ho il flash che non vorrei  usare visto che non lo amo.  Tengo sotto controllo gli scatti, ho una decina di fotogrammi disponibili in macchina e un rullo nuovo in tasca, devono bastarmi per una giornata, il che significa potersene giocare in chiesa una quindicina al massimo, sperando di averne buoni meno di una decina se va bene! Ma sono foto solo mie quindi non c’è problema.

La giornata procede bene, compresi gli sguardi di chi, non conoscendomi bene, si domanda come mai io scatti foto con un attrezzo antidiluviano e non con lo smartphone che sicuramente ho in tasca. Mi piace l’attenzione a cui obbliga l’analogico, è una sensazione piacevolmente ritrovata quella dello scatto più pensato, si trascorrere più tempo con l’occhio attaccato al mirino e meno a premere il pulsante di scatto. Mia figlia Giulia che ha 2 anni però non riesce a farsi una ragione che non possiamo vedere subito le foto sul dorso di quella che lei riconosce essere una macchina fotografica, e per lei le macchine fotografiche hanno il display su cui guardare le foto.

Mi sono divertito e anche emozionato, non voglio fare l’ennesima diatriba analogico digitale, ha veramente poco senso e poi (professionale escluso) è una battaglia che non ha vincitori nè vinti, sono due filoni per quanto mi riguarda complementari. Qualche giorno fa ho avuto su Facebook uno scambio di messaggi con Efrem Raimondi, che scriveva a proposito dell’uso dell’analogico [..] non è solo una questione meramente pratica è un fatto che riguarda soprattutto il pensiero e il pensare [..]e questa sua frase resta per me un invito alla riflessione, insomma è come la traccia di un compito a casa su cui interrogarsi un po’, vedremo!

 

antorob