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Archivio mensile:maggio 2014

Un ritratto dice sempre qualcosa a proposito della relazione che intercorre fra chi scatta la fotografia e chi viene rappresentato nella fotografia, se due persone vengono poi ritratte assieme diventa poi una sorta di Ménage à trois fra i soggetti e chi tiene la macchina.

In una precisa fotografia convergono così delle storie, delle emozioni e delle relazioni amicali facili da leggere per i protagonisti: perché loro stessi sono gli artefici di tutto quanto. A chi fotografa il compito di riuscire a tradurre tutto questo messaggio in modo da renderlo comprensibile a chi poi la fotografia la guarda. Più il gioco riesce più la fotografia è buona.

Sono molto diversi i ritratti delle persone che si conoscono, e con cui si ha un certo tipo di relazione, rispetto a quelli scattati alle persone che non si conoscono, e non parlo di ritratti e fotografie rubate, ma di foto in cui le persone hanno comunque la consapevolezza di finire in una fotografia. Qui entrano in gioco un intuito e una capacità che non sono cosa da tutti, questa diventa poi cosa di grandi fotografi.

I ritratti che si fanno a persone a cui vuoi bene, a chi in un modo o nell’altro fa parte della tua vita, a te che le scatti dicono però sempre qualcosa, costruiscono i ricordi,  sono come i biglietti di auguri che si conservano, come i pensieri lasciati sui diari ai tempi delle superiori, tengono dentro un tempo, un tempo ben preciso, che a volte si porta dietro tanto, perfino gli odori.

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Se un fotografo si mette su questa via di recupero di tutta la realtà che gli passa sotto gli occhi, per lui l’unico modo di agire con coerenza è di andare fino in fondo: da quando apre gli occhi al mattino a quando va a dormire, scatti almeno una foto al minuto, fotografi tutto, ci dia un fedele assoluto journal della sue giornate. Fino al momento in cui non diventerà pazzo. Perché come nel tenere un diario e in genere nella letteratura autobiografica, così nella fotografia – insomma in queste cose che sembrano il colmo del rispecchiamento della realtà, della sincerità, della razionalità chiarificatrice, – c’è sempre in agguato un tentacolo di pazzia.

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La follia del mirino, in «Il Contemporaneo», 30 aprile 1955, ora in I. Calvino, Saggi 1945-1985, tomo II, a cura di M. Barenghi, Mondadori, Milano 2001, pp. 2217-19.

Calvino, pazzia a parte (spero), incredibilmente descrive ciò che succede oggi: la possibilità di tenere un diario preciso della propria giornata attraverso le fotografie scattate in rapida successione. Non è riuscito a immaginare la possibilità che queste immagini venissero poi immediatamente trasmesse nel secondo successivo allo scatto rendendole visibili su larga scala.

Le fotografie diventano così lo strumento autobiografico più forte di ogni altro. Non lo so che effetto mi avrebbe fatto leggere questo saggio negli anni della sua pubblicazione, oggi mi genera una certa inquietudine e non ne so spiegare bene il perchè!

Confesso di non aver mai letto nulla di Italo Calvino e di aver avuto fra le mani questo breve saggio e un racconto intitolato L’avventura di un fotografo grazie a google e alla curiosità di cercare qualcosa che parlasse di fotografia raccontata senza fotografie.

A volte dico a me stesso che anche se non fotografo più tanto con la macchina lo faccio con la mia mente ogni giorno, forse lo dico per autoperdonarmi del fatto che dedico alla fotografia meno tempo di quanto ne impegnassi prima in questa mia mia passione principale, perché non si tratta di un passatempo qualsiasi.

Qualche giorno fa mentre mettevo ordine fra le cose nel soggiorno di casa, ho trovato un rullo, esposto l’anno scorso più o meno, l’ho fatto sviluppare: vedere delle foto che non avevo più dentro la mente, una sensazione a cui non ero più abituato, emozione meno piacevole è stata quella di avere sulla scansione una grana a pallettoni senza precedenti, ma questo è un dettaglio abbastanza secondario.

E allora mi ricordo di un fatto curioso di quando ero piccolo, avevo sei, sette anni, ritagliavo con le forbici una striscia di carta, ci disegnavo sopra con la penna le sagome dei fotogrammi, la caricavo nella Bencini Comet 135 di mio padre e iniziavo a inquadrare davvero e a scattare per finta, talmente per finta che quanto il contapose segnava circa 36 aprivo la macchina e cambiavo la striscia di carta.

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Avellino Viale Italia, luglio 2012

Una delle più belle espressioni della fotografia non professionale è quella degli album di famiglia, passano di generazione.   A casa dei miei genitori c’è una scatola in cui sono conservate le fotografie che erano a casa dei miei nonni materni, le ricordo bene a memoria, le ho riguardate per anni. Ci sono le foto delle gite fatte dai nonni con il dopolavoro della fabbrica di fiammiferi in cui entrambi lavoravano, ci sono alcune immagini di tavolate di rari pranzi fuori casa, ci sono le varie foto istituzionali delle comunioni, cresime, recite eccetera di mia madre e degli zii, comprese le immancabili fotografie che ritraggono gli zii al servizio militare.

Io ho memoria storica di questi fatti accaduti quando io non ancora esistevo attraverso la scatola delle fotografie e tramite quanto mio nonno mi raccontava mentre da bambino mi mostrava proprio quelle fotografie. Mio nonno non era appassionato di fotografia e non possedeva un apparecchio fotografico ma per lui quelle fotografie costituivano la storia, la possibilità di raccontare gli eventi passati, ci sono addirittura le fotografie del funerale della mia bisnonna. Di fotografie di funerali, a parte di funerali di persone celebri, non credo ce ne siano molte in giro.

Anche a casa dei miei genitori ci sono degli album di fotografie, ed esiste anche lì la scatola delle fotografie, lì ci sono le nostre storie, il viaggio di nozze dei miei, con le tappe fisse Venezia-Firenze-Roma, ci sono il primo giorno di asilo mio e di mio fratello, il primo bagnetto mio e di mio fratello, il campeggio al mare d’estate eccetera.

Ma i bambini che hanno l’età di mia figlia Giulia (un anno e mezso, dice così adesso) l’avranno o no questa scatola delle meraviglie da cui ripercorrere tante volte la storia di famiglia? Quasi sicuramente avranno fra le mani la scatola e gli album dei nonni, sicuro che avranno quella dei genitori, non è per niente assicurato che abbiano la loro di scatola, è difficile che i megapixel degli smartphone finiscano dentro una scatola, non è un passaggio scontato, e non è nemmeno detto che tutto l’arsenale di ricordi che passa da micro sd  e iPhone ai computer attraversi indenne la storia di una famiglia. Molto più probabilmente ricostruiranno la loro storia, specie di quella parte iniziale della vita di cui nessuno di noi ha ricordi, attraverso i profili dei social, la loro sarà una scatola immateriale, una scatola telematica.

Tutto questo sproloquio, tutto questo pensiero è nato dal fatto che sto selezionando fra le molte fotografie fatte a mia figlia nel primo anno di vita un numero ragionevole (diciamo una quarantina) di scatti da stampare e mettere in un album che fu acquistato proprio per questo scopo qualche giorno prima che lei nascesse, adesso in questo album ci sono attaccate 5  foto! La pigrizia ha preso poi il sopravvento… Ma mi rifarò presto!

Si, Giulia avrà degli album di fotografie e anche una scatola di foto della sua famiglia. Forse avrà anche una scatola telematica, ma questo cloud di sicuro sarà incompleto visto che stiamo cercando di difendere la sua immagine dalla diffusione in internet, crediamo sia giusto così per adesso.