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Archivio mensile:ottobre 2014

Prendo spunto da qui e dal tema di una puntata di Picture of You (poliradio) per ri-vedere delle fotografie molto vecchie, fra quelle che erano nella casa dei miei nonni. Tra le tante quelle che mi affascinando di più sono quelle che ritraggono un funerale, scattate non so da chi e su richiesta di chi altro e perché.

Mia madre, mi dice che ritraggono il funerale di un suo zio che lasciava la vita che era ancora molto giovane. Dei soggetti che appaiono, io non riconosco nessuno a parte mio nonno materno, di cui molto facilmente individuo il volto, riconosco chiaramente alcuni posti del quartiere, la strada e gli edifici vicino a dove i nonni vivevano. Queste foto, legate ad un accaduto così particolare e raramente raccontato in fotografia mi incuriosiscono parecchio. Sono state scattate alla fine del 1956, ma io non conosco quasi niente di quei fatti.


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Le foto degli album di famiglia per lo più evocano: un fatto, un ricordo, delle persone. Queste foto qui sono in bilico per me, non sono precisamente un ricordo, o almeno non un mio di ricordo, ma non sono neppure del tutto un documento, e non sono neanche totalmente orfane, o almeno non nel senso secondo cui Daniele Ferrini parla delle foto ritrovate nel suo blog che citavo all’inizio. La visione delle fotografie di famiglia si accompagna sempre con una storia, la storia di chi ci sta dentro quella foto, e non è mai limitata solo a quel momento, si porta dietro il passato e anche il dopo-foto, nel senso che stimola poi i ricordi e gli eventi che sono accaduti anche molto tempo dopo l’avvenimento dello scatto in se. Nelle famiglie le fotografie diventano così sempre l’occasione per raccontare dei fatti enormemente più lungi del tempo racchiuso in quella fotografia, infatti mia madre guardandole mi ha raccontato una serie di cose relative allo zio defunto, ma resta da chiarire il perché di quelle foto. Mi viene da pensare che la fotografia, che sin dagli inizi è stata da sempre usata per documentare dei fatti, delle ricorrenze, specie in famiglia, per renderli anche ad anni di distanza dall’evento, anche in questo caso fu chiamata a testimonianza, della morte, di quello che assieme alla nascita è il più normale e allo stesso tempo eccezionale degli eventi legati all’esistenza di una persona.

Oggi nonostante si fotografi veramente di tutto, oltre ogni utilità, non ho mai visto nessuno ancora fare foto a un funerale di persone normali, quindi non di celebrità o di morti legate ad un evento tragico, è un evento tra i pochi in cui le persone tengono i fototelefoni ancora in tasca, non ve ne è traccia né su facebook e né su instagram. Ma probabilmente per un certo periodo c’è stata quest’usanza, cercando in rete viene fuori che qualcuno fra le foto di famiglia (più o meno risalenti dagli anni ’30 ai ’60) abbia ritrovato foto di questi eventi, mi piacerebbe saperne di più. Io ci ho pensato una volta a fotografare un funerale di famiglia, quello di mia nonna, ma non ne ho trovato il coraggio, di farmi vedere a fotografare, perché non mi è venuta in mente nessuna giustificazione ragionevole da poter portare a sostegno della cosa.

La morte di una persona, il termine dell’esistenza di un essere umano nella forma che conosciamo, la persona che da quel momento cessa di essere tale e muta istantaneamente in ricordo e memoria. Forse è questo il bandolo della matassa, il non voler avere una fotografia che sia artefice anche di una memoria del dolore, ma allora chi ha chiesto di scattare queste fotografie qui e perché lo ha fatto?

Si può fare una fotografia includendo nella scena i medesimi elementi anche posizionandosi a distanze fisiche dal soggetto molto diverse, basterà allontanarsi un po’ se uso un teleobiettivo o avvicinarsi se con un grandangolare. Essere più nella scena cambia radicalmente il mio approccio: come se sentissi una necessità io, quella di rapportarmi abbastanza da vicino con quello che fotografo, ad un limite fisico che conosco e che cerco. Come in un incontro, in una conversazione con qualcuno: né troppo vicino e né troppo lontano, ma alla distanza giusta che ti permetta di recepire e percepire quello che vuoi registrare

La lunghezza focale che scelgo di si riflette enormemente proprio su quanto ci sia poi di mio in quella di fotografia, su quanto conta il rapporto fra me e il soggetto, su quanto io come persona riesca ad assimilare e a farmi assimilare da quella precisa situazione. La stessa fotografia può assumere una forma completamente diversa: se sono abbastanza vicino entra nell’immagine una affinità con il soggetto (ne avevo parlato un po’ qui), insomma come se esistesse uno spazio fisico di cui una fotografia risente , una zona di influenza decisamente marcata, da cui deriva la possibilità di creare realmente un’empatia fotografica.

Per parecchio tempo ero convinto che per scattare certe foto fosse necessario utilizzare una focale lunga, non perché non potessi avvicinarmi per un motivo preciso, ma solo perché reputavo migliore la scelta di stare più da lontano, di osservare in maniera più esterna la situazione. Queste fotografie rispetto ad altre simili ma scattate con focali più corte che mi obbligano a stare più vicino alla scena, guardate un po’ di tempo dopo avevano un quid in meno, apparivano come distratte. Come se stando da lontano non si verificasse (per me) quell’empatia necessaria, come se non riuscissi io a percepire bene quel momento in cui valeva la pena di schiacciare il pulsante e scattare.

Mi piace pensare a certe fotografie come fossero delle conversazioni, fra chi fotografa e chi è fotografato, come se stessi lì a parlare e a raccogliere parole e frasi, utilizzando le possibilità interpretative ed anche evocative che il mezzo fotografico permette. Fermo restando che una fotografia rimane interpretazione di un preciso momento e che quando evoca troppo è probabile solo che trasmetta dei ricordi e delle situazioni che la fotografia in se non contiene ma che aiuta però a riportare momentaneamente alla mente in un continuo presente-passato.

Avere fra le mani, leggere, poter studiare qualche cosa che mi permetta di migliorare le mie capacità nel campo della fotografia, questo è ciò che vorrei fare in questo periodo. Perché conoscere significa sempre poter fare meglio qualcosa, compreso poter pensare e dibattere a un livello più alto di fotografia e fotografi.

Una fotografia scattata è il risultato di una serie di scelte, e solo una piccola parte di queste sono frutto della tecnica, tutte le altre, quelle legate al risultato emotivo ad esempio, sono figlie di ragionamenti più complessi che contemplano la cultura, le conoscenze, insomma riflettono per forza cosa ha nella testa e nel cuore chi ha l’occhio attaccato al mirino in quel momento e scatta proprio quella fotografia.

Io inizio da qui.

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E proseguirò qui.

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Poi a dire il vero oggi mia moglie mi ha regalato questo altro qui, che già esisteva nella mia testa prima dei due sopra, ma per un pò aspetta, anche se qualche pagina l’ho già sfogliata e qualche foto di Scianna l’ho già vista!

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Prepari tutto, la macchina, le ottiche, il flash, le schede, riponi tutto in borsa. Arrivi in chiesa perché si sposa un tuo amico, saluti il fotografo ufficiale della giornata che è anche conosci, apri la borsa perché vuoi fare qualche scatto allo sposo in trepidante attesa,  levetta di accensione su on e niente, grandioso, ho dimenticato a casa le tre batterie, e sempre a casa c’è anche quel fantastico adattatore che permette di inserire le stilo del battery grip della 40D. Ok non dispero , ho portato con me la ME Super, ma oggi sono costretto all’analogico! Vediamo che succede.

Mi rendo conto che una cosa è portarsi dietro la Pentax e fare una-due-tre fotografie,  un’altra è invece sapere di avere solo quella a disposizione, mi sono abituato facilmente a tutto, all’esposimetro che lavora in un certo modo, all’autofocus velocissimo, e soprattutto a poter cambiare la sensibilità iso ogni volta che ne ho bisogno, il che significa poter scattare praticamente con qualsiasi condizione di luce avendo un ottica  corta abbastanza luminosa.

Quello cui non mi sono mai abituato e al mirino troppo piccolo della mia aps-c, metti l’occhio nella reflex a rullino e di colpo vedi Tutto! Fino a pre-visualizzare completamente l’immagine che ci sarà dopo lo scatto; per qualche secondo, non hai altri mezzi a parte la tua mente. Che bella sensazione! Ok, impostiamo la priorità dei diaframmi e via, un’occhiatina al tempo di scatto,  cerchiamo di non scendere sotto il sessantesimo di secondo, in chiesa con il 50 1.7 e 400 iso, dovrebbe essere possibile, ho il flash che non vorrei  usare visto che non lo amo.  Tengo sotto controllo gli scatti, ho una decina di fotogrammi disponibili in macchina e un rullo nuovo in tasca, devono bastarmi per una giornata, il che significa potersene giocare in chiesa una quindicina al massimo, sperando di averne buoni meno di una decina se va bene! Ma sono foto solo mie quindi non c’è problema.

La giornata procede bene, compresi gli sguardi di chi, non conoscendomi bene, si domanda come mai io scatti foto con un attrezzo antidiluviano e non con lo smartphone che sicuramente ho in tasca. Mi piace l’attenzione a cui obbliga l’analogico, è una sensazione piacevolmente ritrovata quella dello scatto più pensato, si trascorrere più tempo con l’occhio attaccato al mirino e meno a premere il pulsante di scatto. Mia figlia Giulia che ha 2 anni però non riesce a farsi una ragione che non possiamo vedere subito le foto sul dorso di quella che lei riconosce essere una macchina fotografica, e per lei le macchine fotografiche hanno il display su cui guardare le foto.

Mi sono divertito e anche emozionato, non voglio fare l’ennesima diatriba analogico digitale, ha veramente poco senso e poi (professionale escluso) è una battaglia che non ha vincitori nè vinti, sono due filoni per quanto mi riguarda complementari. Qualche giorno fa ho avuto su Facebook uno scambio di messaggi con Efrem Raimondi, che scriveva a proposito dell’uso dell’analogico [..] non è solo una questione meramente pratica è un fatto che riguarda soprattutto il pensiero e il pensare [..]e questa sua frase resta per me un invito alla riflessione, insomma è come la traccia di un compito a casa su cui interrogarsi un po’, vedremo!

 

antorob

Ultimamente quasi quotidianamente leggo alcuni blogger che scrivono di fotografia, in precedenza leggevo invece molto più spesso i forum di fotografia. La lettura dei blog ha soppiantato quella dei forum visto che questi sono diventati essenzialmente ritrovo principale di una particolarissima fetta di fotografi, quella dei fotografi provatori, provatori di attrezzature fotografiche. Nonostante io sia molto curioso degli aspetti tecnici delle cose, vuoi per formazione, vuoi per carattere, non sono riuscito a trovare nessun interesse nel parlare solo di gigamegapixel, velocità di messa a fuoco, raffica in raw e via discorrendo; non si possono mica apprezzare e volendo anche criticare le fotografie disquisendo solo di rumore, nitidezza e microcontrasto?

Ho ricevuto in regalo da mia moglie e da mia figlia il libro Quelli di Bagheria, dove Ferdinando Scianna racconta, attraverso un viaggio lento e bellissimo, della gente e del posto in cui è nato e cresciuto, sono fotografie molto suggestive, che parlano e mostrano di cose che probabilmente non esistono più, o che se esistono ancora sono profondamente mutate da allora, dal preciso tempo di quando Scianna le ha fermate su quei negativi.

Ecco, se quelle foto fossero inserite nella galleria delle immagini da commentare di uno qualsiasi dei maggiori forum, passerebbero probabilmente inosservate, o ancora di più verrebbero praticamente massacrate sotto l’aspetto squisitamente tecnico.

A me quelle foto trasmettono un senso profondo di narrazione, sembra che ti guardino negli occhi quelle fotografie piuttosto che sia tu a guardare loro.