La focale, empatia fotografica

Si può fare una fotografia includendo nella scena i medesimi elementi anche posizionandosi a distanze fisiche dal soggetto molto diverse, basterà allontanarsi un po’ se uso un teleobiettivo o avvicinarsi se con un grandangolare. Essere più nella scena cambia radicalmente il mio approccio: come se sentissi una necessità io, quella di rapportarmi abbastanza da vicino con quello che fotografo, ad un limite fisico che conosco e che cerco. Come in un incontro, in una conversazione con qualcuno: né troppo vicino e né troppo lontano, ma alla distanza giusta che ti permetta di recepire e percepire quello che vuoi registrare

La lunghezza focale che scelgo di si riflette enormemente proprio su quanto ci sia poi di mio in quella di fotografia, su quanto conta il rapporto fra me e il soggetto, su quanto io come persona riesca ad assimilare e a farmi assimilare da quella precisa situazione. La stessa fotografia può assumere una forma completamente diversa: se sono abbastanza vicino entra nell’immagine una affinità con il soggetto (ne avevo parlato un po’ qui), insomma come se esistesse uno spazio fisico di cui una fotografia risente , una zona di influenza decisamente marcata, da cui deriva la possibilità di creare realmente un’empatia fotografica.

Per parecchio tempo ero convinto che per scattare certe foto fosse necessario utilizzare una focale lunga, non perché non potessi avvicinarmi per un motivo preciso, ma solo perché reputavo migliore la scelta di stare più da lontano, di osservare in maniera più esterna la situazione. Queste fotografie rispetto ad altre simili ma scattate con focali più corte che mi obbligano a stare più vicino alla scena, guardate un po’ di tempo dopo avevano un quid in meno, apparivano come distratte. Come se stando da lontano non si verificasse (per me) quell’empatia necessaria, come se non riuscissi io a percepire bene quel momento in cui valeva la pena di schiacciare il pulsante e scattare.

Mi piace pensare a certe fotografie come fossero delle conversazioni, fra chi fotografa e chi è fotografato, come se stessi lì a parlare e a raccogliere parole e frasi, utilizzando le possibilità interpretative ed anche evocative che il mezzo fotografico permette. Fermo restando che una fotografia rimane interpretazione di un preciso momento e che quando evoca troppo è probabile solo che trasmetta dei ricordi e delle situazioni che la fotografia in se non contiene ma che aiuta però a riportare momentaneamente alla mente in un continuo presente-passato.

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