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Analogico

Mentirei spudoratamente se dicessi che non sono affezionato alle mie macchine fotografiche. Ma non lo dico nel senso di essere tifoso di Canon piuttosto che di Nikon o cose del genere legate ai marchi, è una cosa un po’ diversa: come se ognuna delle macchine che ho rappresentasse un modo per vedere la fotografia, come se ogni macchina si portasse dietro un suo tempo o uno stile, come se costituisse una certa memoria delle cose e me la restituisse in qualche modo.

E’ un discorso un po’ bizzarro, che probabilmente non ha testa né coda, soprattutto considerando che queste qui non sono macchine con cui io ho fatto un percorso o cos’altro, per molto tempo ho scattato solamente con la Yashica Fx3 e 28-50-135, ed è solo con queste cose qui che sono passato da niente a qualcosa.

La mia storia con queste macchine la costruisco postuma, si è una storia un po’ pilotata, fatta con il senno di poi, come se volesse significare ripercorrere un tempo a ritroso. È solo la passione che mi spinge a usarle e a cercarle, proprio come si fa con i giocattoli desiderati a lungo, sarà che le vedevo sulle pagine di Fotografare sognando di poterci scattare, sarà che qualcuna l’ho vista nelle mani del fotografo di una cerimonia in famiglia che ero piccolo e mi è rimasta così impressa che non l’ho più dimenticata, è questo ad esempio il caso dell’ultima arrivata, la Mamiya C330 F.

Ci ho scattato il primo rullo agli inizi di gennaio, a Firenze. Ho fissato la macchina sul cavalletto che non erano nemmeno le sette del mattino e sono andato a fare due passi per il centro storico deserto. Nelle fotografie che scatto di solito cerco sempre prima le persone, per me fare fotografie è anche osservazione privilegiata, ma significa principalmente comunicare e rapportarmi. Nel primo rullo scattato con la Mamiya però non ci sono persone, non sarei stato in grado di fotografarle, dovevo conoscere le macchina, volevo capire come gestirla, l’inquadratura in particolare, visto che con il sei per sei non ho dimestichezza. Ci vuole precisione con questi attrezzi qui, ci vuole attenzione, ci vogliono idee ancora più chiare, l’improvvisazione che già normalmente non porta a uno scatto buono qui non va proprio presa in considerazione. Passare da una macchina che alla bisogna è autotutto ad una obbligatoriamente autoniente e pure poco manegevole ti obbliga a un periodo di prova. Anche tecnica a parte è proprio un discorso di fisicità e di confidenza con l’oggetto che ancora non ho.

Mi piace questa macchina, è solida e abbastanza pesante, bello il click allo scatto e sopratutto il suono dell’avanzamento a leva della pellicola, poi inquadrare dal pozzetto tenendo la macchina bassa, con lo sguardo che si alterna facilmente fra la scena e il vetro smerigliato, tutto questo porta a un concetto di fotografia molto diverso da quello moderno, ha altri tempi, altri ritmi, ha un altro pensiero proprio! Vorrei farci dei ritratti, non troppo stretti intorno al viso del soggetto, magari un po’ decentrati lateralmente, appena possibile voglio farli.

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Prepari tutto, la macchina, le ottiche, il flash, le schede, riponi tutto in borsa. Arrivi in chiesa perché si sposa un tuo amico, saluti il fotografo ufficiale della giornata che è anche conosci, apri la borsa perché vuoi fare qualche scatto allo sposo in trepidante attesa,  levetta di accensione su on e niente, grandioso, ho dimenticato a casa le tre batterie, e sempre a casa c’è anche quel fantastico adattatore che permette di inserire le stilo del battery grip della 40D. Ok non dispero , ho portato con me la ME Super, ma oggi sono costretto all’analogico! Vediamo che succede.

Mi rendo conto che una cosa è portarsi dietro la Pentax e fare una-due-tre fotografie,  un’altra è invece sapere di avere solo quella a disposizione, mi sono abituato facilmente a tutto, all’esposimetro che lavora in un certo modo, all’autofocus velocissimo, e soprattutto a poter cambiare la sensibilità iso ogni volta che ne ho bisogno, il che significa poter scattare praticamente con qualsiasi condizione di luce avendo un ottica  corta abbastanza luminosa.

Quello cui non mi sono mai abituato e al mirino troppo piccolo della mia aps-c, metti l’occhio nella reflex a rullino e di colpo vedi Tutto! Fino a pre-visualizzare completamente l’immagine che ci sarà dopo lo scatto; per qualche secondo, non hai altri mezzi a parte la tua mente. Che bella sensazione! Ok, impostiamo la priorità dei diaframmi e via, un’occhiatina al tempo di scatto,  cerchiamo di non scendere sotto il sessantesimo di secondo, in chiesa con il 50 1.7 e 400 iso, dovrebbe essere possibile, ho il flash che non vorrei  usare visto che non lo amo.  Tengo sotto controllo gli scatti, ho una decina di fotogrammi disponibili in macchina e un rullo nuovo in tasca, devono bastarmi per una giornata, il che significa potersene giocare in chiesa una quindicina al massimo, sperando di averne buoni meno di una decina se va bene! Ma sono foto solo mie quindi non c’è problema.

La giornata procede bene, compresi gli sguardi di chi, non conoscendomi bene, si domanda come mai io scatti foto con un attrezzo antidiluviano e non con lo smartphone che sicuramente ho in tasca. Mi piace l’attenzione a cui obbliga l’analogico, è una sensazione piacevolmente ritrovata quella dello scatto più pensato, si trascorrere più tempo con l’occhio attaccato al mirino e meno a premere il pulsante di scatto. Mia figlia Giulia che ha 2 anni però non riesce a farsi una ragione che non possiamo vedere subito le foto sul dorso di quella che lei riconosce essere una macchina fotografica, e per lei le macchine fotografiche hanno il display su cui guardare le foto.

Mi sono divertito e anche emozionato, non voglio fare l’ennesima diatriba analogico digitale, ha veramente poco senso e poi (professionale escluso) è una battaglia che non ha vincitori nè vinti, sono due filoni per quanto mi riguarda complementari. Qualche giorno fa ho avuto su Facebook uno scambio di messaggi con Efrem Raimondi, che scriveva a proposito dell’uso dell’analogico [..] non è solo una questione meramente pratica è un fatto che riguarda soprattutto il pensiero e il pensare [..]e questa sua frase resta per me un invito alla riflessione, insomma è come la traccia di un compito a casa su cui interrogarsi un po’, vedremo!

 

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Un ritratto dice sempre qualcosa a proposito della relazione che intercorre fra chi scatta la fotografia e chi viene rappresentato nella fotografia, se due persone vengono poi ritratte assieme diventa poi una sorta di Ménage à trois fra i soggetti e chi tiene la macchina.

In una precisa fotografia convergono così delle storie, delle emozioni e delle relazioni amicali facili da leggere per i protagonisti: perché loro stessi sono gli artefici di tutto quanto. A chi fotografa il compito di riuscire a tradurre tutto questo messaggio in modo da renderlo comprensibile a chi poi la fotografia la guarda. Più il gioco riesce più la fotografia è buona.

Sono molto diversi i ritratti delle persone che si conoscono, e con cui si ha un certo tipo di relazione, rispetto a quelli scattati alle persone che non si conoscono, e non parlo di ritratti e fotografie rubate, ma di foto in cui le persone hanno comunque la consapevolezza di finire in una fotografia. Qui entrano in gioco un intuito e una capacità che non sono cosa da tutti, questa diventa poi cosa di grandi fotografi.

I ritratti che si fanno a persone a cui vuoi bene, a chi in un modo o nell’altro fa parte della tua vita, a te che le scatti dicono però sempre qualcosa, costruiscono i ricordi,  sono come i biglietti di auguri che si conservano, come i pensieri lasciati sui diari ai tempi delle superiori, tengono dentro un tempo, un tempo ben preciso, che a volte si porta dietro tanto, perfino gli odori.

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A volte dico a me stesso che anche se non fotografo più tanto con la macchina lo faccio con la mia mente ogni giorno, forse lo dico per autoperdonarmi del fatto che dedico alla fotografia meno tempo di quanto ne impegnassi prima in questa mia mia passione principale, perché non si tratta di un passatempo qualsiasi.

Qualche giorno fa mentre mettevo ordine fra le cose nel soggiorno di casa, ho trovato un rullo, esposto l’anno scorso più o meno, l’ho fatto sviluppare: vedere delle foto che non avevo più dentro la mente, una sensazione a cui non ero più abituato, emozione meno piacevole è stata quella di avere sulla scansione una grana a pallettoni senza precedenti, ma questo è un dettaglio abbastanza secondario.

E allora mi ricordo di un fatto curioso di quando ero piccolo, avevo sei, sette anni, ritagliavo con le forbici una striscia di carta, ci disegnavo sopra con la penna le sagome dei fotogrammi, la caricavo nella Bencini Comet 135 di mio padre e iniziavo a inquadrare davvero e a scattare per finta, talmente per finta che quanto il contapose segnava circa 36 aprivo la macchina e cambiavo la striscia di carta.

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Avellino Viale Italia, luglio 2012

Fa un certo effetto rivedere in trasparenza i propri negativi, guardare il foglio dei provini a contatto: ascoltare così i ricordi che riesce ad evocare uno scatto fatto un pò di anni addietro! Torna rapidamente la memoria della situazione: il posto, i soggetti, perfino gli odori di quel determinato momento, sembra incredibile ma è così.

A furia di guardare questi negativi finirò per passarli tutti allo scanner, almeno per guardarli. Ho fatto digitalizzare un paio di rulli di Kodak Tmax 400 dal foto ora, ma basta per far tornare l’appetito.

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Nel traslocare libri,cd, oggetti e cose da casa dei miei a casa nostra è arrivato il momento di spostare anche i tre faldoni di negativi 35 mm e (pochi) 120 scattati principlamente dal 1994 al 2004, quasi tutti in bianco e nero, quasi tutti sviluppati da solo. Non sono un nativo digitale il che non è per forza un male, anzi! Accanto ai faldoni anche un certo numero di diapositive a colori scattate negli stessi anni.

Raccoglitore negativi

Il mio primo contatto con una digitale è avvenuto tardi, nel 2005, un pò per diffidenza (veramente ingiustificata con il senno di poi), un pò perchè in quegli anni acquistare una digi-reflex non era alla mia portata e le varie compatte e bridge non mi entusiasmavano troppo. La prima di cui sopra fu una compatta Fuji FinePix autotutto regalatami alla laurea, non mi ha particolarmente entusiasmato, a parte il colpo iniziale dovuto alla nuova ed emozionante possibilità di catapultare nel pc centinaia di foto 5 minuti dopo essere rientrati a casa!

La compattina catapulta di jpg ha avuto l’indiscutibile pregio di innescare in me una serie di (spasmotici) “ragionamenti digitali”. Per contenerne la pericolosità viaggiava perennemente sotto scorta della Yashica FX3 ragalatami da mio padre e con cui ho riempito i faldoni delle prime righe.

Nel 2004 comprai una bridge, Fuji FinePix S5600 (290 € da MediaWorld), superzoom e ghiera di selezione della modalità P-S-A-M-AUTO. Iniziava ad assomigliare ad una macchina fotografica “vera” per la possibilità di controllo in manuale, anche se a causa del discorso dimensione del sensore (minuscolo) per diventare creativi con la profondità di campo era necessario spingersi all’estremo del suddetto zoom, quindi i ritratti come piaccono a me toccava scattarli a 20 metri almeno dal soggetto con alta probabilità di mosso causa obiettivo non proprio luminoso!

A questo punto inizia a pensare che avessi seriamente bisogno di una reflex digitale, ne ebbi la (definitiva) certezza quando provata una EOS 20D ne guardai i file al computer, erano eccezionali: persino quelli scattati a 800 iso, e si poteva ragionare seriamente anche su quelli scattati a 1600 iso. Con la pellicola queste sensibilità erano utilizzabili certo, ma non erano assolutamente ordinarie, vedevo possibilità notevoli, a causa soprattutto del mio storico odio verso la luce flash.

Non trovai (fotografica) pace fino a quando del 2008 riuscii ad acquistare di occasione una Canon EOS 40D solo corpo. Dopo un paio di giorni di meditazione fatta di centinaia di pagine internet fu scelta anche l’ottica, uno zoom 17-50 f2.8.
Qualche settimana dopo l’acquisto partimmo per un week-end, destinazione Londra, ebbi così modo di provarla come piaceva a me, ossia in una vera situazione d’uso.
Rientro a casa con 150 foto scatatte in tre giorni, troppe per i mie gusti e per le mie abitudini, le ho guardate al pc, ne ho sistemato un pò il bilanciamento dell’esposizione, qualcuna convertita in bn, una ventina stampate, le osservo e penso che il nuovo (per me) processo digitale “serio” è un qualcosa di eccezionale, che è superiore al rullo in tutto, punto, non c’è storia.

Analizzando con più calma i file scoprii che avevo usato 5 sensibilità iso differenti, che avevo scattato a colori e in bianco e nero con diversa saturazione e contrasto, e soprattutto che avevo potuto cambiare a piacimento tutti questi parametri ogni volta che lo desideravo, tutto questo partendo da casa con un solo corpo macchina e una scheda di memoria da 4 giga: semplicemente strepitoso!

Le mie reflex a rullino sono quasi definitivamente pensionate, vengono periodicamente tirate fuori per ricordarmi che devo essere un fotografo educato, e devo continuare a pensare prima di scattare e per non cadere nella tentazione di fare 10 scatti per ogni fotografia al grido di “dopo al pc -si vede-si seleziona-si aggiusta”! La fotografia mi piace guardarla e immaginarla nel mirino della macchina, senza rimandare e demandare troppo al monitor del computer.